lunedì 6 aprile 2015

Cantastorie

 Una figura tradizionale della letteratura orale e della cultura popolare
La storia cantata nei mercati e nelle piazze
Il mio incontro con i cantastorie avvenne all'inizio degli anni 60 allorché mio padre, emigrato in Germania per lavoro, in uno dei suoi rientri per le feste natalizie, portò un apparecchio radio, un giradischi e diversi dischi in vinile. Tra questi alcuni riguardavano i cantastorie, di cui ricordo Orazio Strano e Ciccio Busacca. Le loro voci e le loro chitarre hanno fatto da sottofondo alla mia fanciullezza nelle lunghe giornate quando a richiesta del vicinato, a volte, echeggiavano per l’intera giornata in tutto il rione. Avevo imparato a memoria tutte le storie a mia disposizione e nella fantasia le facevo rivivere guardando le scene stampate sulla copertina del disco che riproduceva il cartellone che era adoperato dai cantastorie durante le esibizioni dal vivo. Mettendo da parte i ricordi personali proverò a tracciare un profilo della figura del cantastorie così come si è manifestata nel tempo sino ad arrivare ai nostri giorni. Il cantastorie è una figura tradizionale della letteratura orale e della cultura popolare, che si spostava nelle piazze e raccontava con il canto una storia antica, spesso rielaborata o riferita ad avvenimenti contemporanei. Si accompagnava con la chitarra, ma a volte anche con la fisarmonica o, in tempi più remoti, con la lira. Si aiutavano con un cartellone, dove era raffigurata la storia, descritta nelle principali scene. La loro opera era remunerata con le offerte degli spettatori o con la vendita di foglietti volanti, dove era descritta la storia. Dopo gli anni 50, con l'avvento del vinile, queste storie erano incise e vendute su dischi, prima a 78 giri, poi 45.
Wikipedia ci ricorda che questa tradizione deriva da lontani precedenti, quali gli aedi e rapsodi greci e i giullari, menestrelli, trovatori o trovieri del Medioevo francese e nella scuola poetica siciliana. Simili figure sono presenti anche nella cultura islamica, indiana e africana. A partire dal XIV secolo si allontanarono dalla letteratura più colta e contribuirono a diffondere in dialetto le gesta dei paladini carolingi della Chanson de geste. Furono appoggiati dalla Chiesa con lo scopo di diffondere presso il popolo le storie dei santi e della Bibbia. Nel 1661 a Palermo i Gesuiti avevano costituito la congregazione degli "Orbi", cantori ciechi a cui veniva insegnato a suonare uno strumento musicale e che erano legati a temi esclusivamente religiosi sotto il controllo ecclesiastico. Anche Giuseppe Pitrè descrisse quest’ultimo fenomeno prevalentemente siciliano annotando: “I sonatori di violino in Sicilia sono quasi tutti ciechi e perciò chiamati per antonomasia orbi… l’orbo nato o divenuto tale nei suoi primi anni di vita, non sapendo cosa fare per vivere, impara da fanciullo a sonare, e non solo a sonare, ma anche a cantare… le molte feste popolari dell’anno gli danno sempre qualche cosa da guadagnare”.
Il periodo che va dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento fu l’epoca di maggior diffusione dei cantastorie, contestualmente crebbe nei loro conronti anche l’interesse degli studiosi che si occupavano di tradizioni popolari e di cultura orale. Roberto Leydi, etnomusicologo, iniziò a occuparsi dei cantastorie sin dai primi anni 50 raccogliendo sul campo i documenti sonori che testimoniano l’opera di questi artisti e la loro diffusione in tutta la Penisola: una mole impressionante di materiali, in particolare 1400 nastri magnetici che sono conservati presso il Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona, in Svizzera. Nei suoi studi evidenziò la differenza sostanziale che intercorre tra il cantastorie e gli altri esecutori di musica popolare. “Il cantastorie rielabora il materiale raccolto o lo inventa di sana pianta, prima di proporlo al pubblico, questo lo fa in modo consapevole, ricercando elementi di novità atti a suscitare interesse e gradimento durante l’ascolto”.
In ogni fiera, in ogni sagra di paese, in ogni festa, nelle campagne come in città, questo menestrello portava le sue storie e le sue ballate che potevano, a volte, far ridere ma anche commuovere lo spettatore, e in modo inconsapevole svolgeva un ruolo quasi da giornalista raccontando i fatti di cronaca a un pubblico composto, più che altro, da contadini per lo più analfabeti. La ricerca sul campo ha evidenziato che spesso chi sceglie il mestiere di cantastorie lo fa perché non ha altra scelta o possibilità per vivere. Con riferimento alla definizione di cantastorie gli stessi interessati, con ironia, si dichiarano “… divulgatori di storie in versi talvolta scritte da noi stessi”.
Nello spettacolo di questi artisti, in particolare, se questo avveniva nei mercati o nelle fiere, gli studiosi hanno individuato delle fasi tipiche e ricorrenti: la creazione del treppo (pubblico interessato all’evento), tenuta del treppo, l’imbonimento, la rottura. Per suscitare l’interesse dei potenziali spettatori ogni artista aveva le sue tecniche collaudate, l’abilità consisteva nel far sì che le persone rimanessero sino alla fine dello spettacolo, per questo scopo erano vezzeggiate dal cantastorie, affinché nel momento della “rottura” fossero predisposti e disponibili a dare un’offerta.
Si tratta di una rappresentazione semplice, popolare, anche il tema musicale mantiene questa semplicità ed è basato su pochi accordi e, in genere, le melodie sono orecchiabili, facili da imparare e ricordare a memoria. Il cantastorie è il comunicatore per eccellenza perché la sua arte ha come base gli archetipi della comunicazione: immagini, parole e suoni. Di solito erano loro stessi a scrivere i testi delle storie, ma qualche volta è capitato che dei veri poeti scrivessero i testi di storie diventate poi molto famose. E’ il caso dei poeti Ignazio Buttitta e Turi Bella. Mentre il più famoso disegnatore di cartelloni destinati ai cantastorie fu Vincenzo Astuto. Il primo “Congresso Nazionale dei Cantastorie” si svolse nel 1954 a Bologna nel cortile della trattoria Profeti e vide la presenza di artisti provenienti da diverse regioni. Nel 1957 fu istituito il premio Trovatore d’Italia, e assegnato fino al 1975. Dal 1986 si tiene ogni anno una rassegna di cantastorie a Casalecchio di Reno e a Sant’Arcangelo di Romagna. Di seguito, brevemente, voglio ricordare alcuni nomi di cantastorie che hanno praticato quest’arte con successo. Incominciamo con Orazio Strano, il più famoso cantastorie siciliano, che per primo con Turi Bella scrisse La storia di Salvatore Giuliano re di li briganti. Successivamente scrisse in collaborazione ancora con Turi Bella Peppi Musulinu re di l’Asprumunti. Ciccio Busacca, anche lui siciliano di Paternò, aveva una voce molto potente che sapeva modulare molto bene sia nella parte del canto che nel racconto, fu tra i primi a usare la chitarra elettrica nelle sue registrazione su disco. Lamentu ppi Turiddu Carnevali scritta con Ignazio Buttitta fu una delle sue opere più famose. Partecipò a diversi programmi televisivi e radiofonici e pure lui nel 1957 vinse il premio Trovatore d’Italia istituito in quell’anno, come abbiamo già detto. Otello Profazio è definito il “principe dei cantastorie”: grande studioso di tradizioni popolari con la sua opera ha salvato dall’oblio una quantità notevole di “distici” che altrimenti sarebbero spariti per sempre. Tra le sue opere più importanti e famose ricordiamo: Peppi Musolinu e Qua si campa d’aria, con quest’ultima raggiunse una grande notorietà. Enzo Del Re nel 2010 partecipò al concerto del 1° maggio a Roma presentando i brani Lavorare con lentezza e Tengo ‘na voglia ‘e fa’ niente: la sua caratteristica era quella di usare una sedia di legno che utilizzava come percussione durante le sue esibizioni. Pino Masi fece dell’impegno politico il filo conduttore anche della sua vita artistica, tra le sue opere ricordiamo La ballata di Pinelli. Franco Trincale, siciliano di nascita, svolse principalmente in Lombardia la sua attività. Fino a non molto tempo fa era facile trovarlo in piazza Duomo a Milano a raccontare le sue storie. Poi ancora Vito Santangelo, Turi Di Prima, Leonardo Strano, Giovanni Boldrini, Angelo Brivio, Marino Piazza, Dina Boldrini, Ciccio Rinzino, Angelo Cavallini e la moglie Vincenzina Mellini. Un pensiero speciale va a Rosa Balistreri, grande interprete della musica popolare di tradizione. La sua vita è stata molto dura, tempestata da molte tragedie e da tanta miseria, visse in strada e conobbe anche il carcere. Era una donna con un fisico minuto, ma con una voce straordinaria, potente incisiva, intrisa da una sofferenza quasi dolorosa che a volte si trasformava in un grido di rabbia. La sua opera ha lasciato un segno indelebile nel mondo dei cantastorie e della musica popolare.


Angelo Aquino

domenica 8 marzo 2015

Partu e nun partu

Partu e nun partu
e nnu bbulija partiri
'su cori mija 
'un si po licenzijari.

Si partu,ojh, bella
ti lu lassu dittu
di porti e di
finestri 'un t'affacciari.

Si passa quarchi
bellu giuvinottu,
tu vascia l'uocchj
e nun lu ri(s)guardari.

Quannu ritornu
ti portirò alla tara
s'uocchj chi cianginu
un giornu riderannu.

domenica 15 febbraio 2015

Smemorandum

Raccolta(non completa) dei toponimi conosciuti afferenti le terre ed i luoghi di Sartano



Acchifietina*-Acquafridda-Acqualidonni-Barcu(Varcu)

Carcara*-Carpani-Casiddhruni-Casinu-Castagneddhri-Cerzi-Chilla-Chjana(i)-Chjantata-Chjanu majuni-Chjusa(i)-Ciaramilaru*-Cîevuzi-Cimithriju-Cisini-Cornicedhra(i)-Cota-Coticedhra-Culumbra*-Cûomi*-Cuozzi'cuorivi(Cuozzilicuorivi)

Desthra(Djesthru)-Dominicîeddhru-DonnaFrancisca^(DonnuFranciscu)

Farina-Ficazzana

Jardinu

Lishki*-Lorcijacuni(Larcijacuni)-Lucciu-L'uortu§-L'uortu i San'Mbrangiscu§-L'uortu i SannuMinicu§

Macchj-Manga u cirasu*-Mangaforti-Mancaredhra-Mancu-Marruni-Marsali-'nparu i Tonnu-Mîennula* Murgia

Nuciddhra

Pagulitani(Paulitani)-Pezzi*-Piritanu*-Pirrîedhru*-Piscitîedhru-Pithrini*

Rusini*-Ruvîettu^

Salici-Salirizzu-SandaNicola-Sarminzanu-Sciodhra i (Putigljesu-Da Milajina-etc)-Scipparîeddhru-Sutt'i fratti§-Sutt'u sîeggiu§-Sutt'u suppûortu§

Timba-Turanisi-Turuvulu*-Vaddhr'i maloma-Vadhr'u suorivu-Varaniettu-Vigna-Vigninovi-Visciglieddhri

Vivieriju^-Voti*Vudddrhu*

*Toponimi vicinori, conosciuti e frequentati dai Sartanesi per lavori stagionali. 
^Toponimi riferiti alle  fonti d'acqua comuni
§Toponinmi riferiti  a luoghi dell'abitato o immediate vicinanze(oggi quasi tutti edificati)

Suggerimenti ed inserimenti sono ben accetti.


domenica 25 gennaio 2015

mercoledì 7 gennaio 2015

Filastrocche

E pinne  
       e pinne
              e pinne
quantu 'stanu 'nu paru di minni?
Si su di shkettuliddra
pagaccelli quanto vod'iddra,
si su di maritata
quattru sordi cari pagati.
E pinne  
       e pinne
              e pinne

sabato 31 dicembre 2011

Auguri

Buona Pasqua
di 
Resurrezione


Ogni giorno nasce e muore qualcosa in ognuno di noi,
ogni giorno il sole nasce e tramonta,
ogni giorno nascono nuovi amori
ogni giorno qualcuno muore
ogni giorno  la vita
risorge dentro
di noi.



mercoledì 7 dicembre 2011

La festa di San Nicola a Sartano



Santu Nicola miu da Bari
prutitturi di questo regnu,
pruteggili li massari
e ri nostri nicissità.
Si povari anglioletti 
chi tien'a ttia davanti,
'su povari orfanelli
e faccela la carità.

Questo è il canto processionale che viene intonato dalle donne in onore di San Nicola.


martedì 22 novembre 2011

Villa Torano: NO COMMENT


Torano Castello
Carabinieri  a Villa Torano.
Nella struttura residenziale assistenziale arrivano i carabinieri chiamati dai dipendenti che sono sul piede di guerra con i vertici della struttura per i mancati pagamenti degli stipendi di settembre e ottobre.  La protesta sale ancora di più, perchè poco tempo fa, nonostante l’intervento del sindacato della CGIL e della COSNIL, i dipendenti vantano ancora e reclamati con decreto ingiuntivo il pagamento di altre mensilità che vanno da gennaio ad agosto del 2011.
Ieri davanti Villa Torano l’ennesima agitazione del personale dipendente della struttura che sperava di vedersi pagato quanto dovuto dalla direzione di Villa Torano, ma l’attesa è stata vana, in quanto dall’amministrazione, per come hanno riferito i dipendenti e le categorie sindacali CGIL e COSNIL attraverso i segretari provinciali Sciolino e De Luca, è arrivata la notizia che, ai dipendenti che avevano ingiunto il pagamento tramite decreto, non sarebbero stati pagati gli arretrati da gennaio ad agosto, ma non sarebbero stati pagati neanche gli stipendi di settembre e ottobre, perché l’amministrazione sta cercando una trattativa con i legali dei dipendenti reclamanti il dovuto. La CGIL  attraverso la segretaria provinciale , Franca Sciolino, precisano che:” non siamo stati invitati alla trattativa ne come categoria sindacale e ne gli avvocati del sindacato sono stati invitati, ci chiediamo con quali avvocati gli amministratori stanno trattando. Inoltre questa situazione va vanti da tempo, è non  è sostenibile che un datore di lavoro non paghi le mensilità di settembre e ottobre che non sono state chieste tramite decreto ingiuntivo. La cosa più grave è la disparità di trattamento tra i dipendenti, perché sono al di fuori dal decreto, in quanto nei decreti ingiuntivi non  vengono menzionati settembre e ottobre. Inoltre abbiamo già chiesto al Prefetto un incontro sul tema sanità, per trovare una soluzione per il pagamento, altrimenti se non arriva nessuna risposta organizzeremo scioperi ad oltranza”.
Pare che, nella concitazione, ai dipendenti sia stato detto da persona  estranea alla struttura che i loro stipendi non sarebbero stati pagati, non è la prima volta che questa persona riferisce ciò ai dipendenti, ma pare che sia successo altre volte, sempre in merito alla vicenda stipendi ed acconti infiniti. Alla manifestazione dei dipendenti sono arrivati anche i carabinieri e i media, giornali e televisioni. Come finirà la vicenda dei poveri ma dignitosi ed onesti  dipendenti di Villa Torano. Intanto la protesta continua, mentre ci sono famiglie in difficoltà.
Gildo Anthony Urlandini

sabato 15 ottobre 2011

Noi l'avevamo detto.


Il Palazzo Mayerà non è più in vendita. Il Comune lo esclude dal piano dei beni alienabili

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TORANO CASTELLO - L’antico Palazzo Mayerà che sorge in Piazza Duomo, a Sartano, non sarà più venduto. Il consiglio comunale, a maggioranza, nell’ultima riunione, ha approvato la modifica della deliberazione consiliare n. 15 del 30 giugno scorso
 inerente alla ricognizione degli immobili di proprietà dell’ente municipale suscettibili di alienazione e/o valorizzazione. Il fatiscente edificio, risalente secondo lo storico Ottavio Cavalcanti al Quattrocento e che nonostante numerosi e radicali interventi mantiene ancora “straordinari” ambienti addirittura di epoca precedente, era stato solo inserito, per la prima volta, nel piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare allegato al Bilancio di Previsione 2011. Per il palazzo nobiliare tra i più antichi della storia del territorio, acquistato dal Comune nel 2004, infatti, non erano stati indetti bandi per la vendita. L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Sabatino Cariati, “per sopraggiunte esigenze” ha così deciso di non dismettere più il vecchio palazzo che sorge nel cuore della popolosa frazione sartanese. Il Palazzo Mayerà, classificato come patrimonio disponibile ed il cui valore era stato stimato in 320 mila euro, sarà inserito come oggetto di finanziamento nei bandi della programmazione regionale e comunitaria. L’esecutivo del sindaco Cariati intende realizzare a Palazzo Mayerà un museo multietnico, partendo dai principi che hanno ispirato la vita di un ambasciatore, Franco Micieli De Biase (un uomo di immensa cultura che visse a Torano e che dopo la sua morte ha lasciato al Comune la sua casa e circa cinquemila libri) che aveva un rispetto profondo per le tradizioni dei poli che visitava, “dedicando ogni anno una manifestazione a una nazione diversa - ha spiegato qualche mese fa lo stesso primo cittadino - e attivando con essa scambi culturali e favorendo la valorizzazione dei prodotti tipici”.  Un intervento per la cui realizzazione servirebbe oltre un milione di euro da reperire, appunto, grazie a bandi regionali e comunitari. Nessuna alienazione o dismissione anche per i terreni di località “Li Destri”, ubicati nel Comune di Cerzeto, dal valore stimato di 280 mila euro poiché” saranno inseriti nella progettualità del nuovo sistema acquedottistico comunale - si legge nella delibera consiliare - da integrare con il nuovo progetto della Sorical di prossimo realizzo”.
Compiacimento per l’esclusione dall’elenco di beni suscettibili di alienazione e/o valorizzazione di Palazzo Mayerà (“l’unico bene culturale assieme alla chiesetta di S. Nicola rimasto a Sartano”) era stato espresso dai consiglieri di minoranza Lucio Franco Raimondo, Franco Cavalcante e Vincenzo Cori in un emendamento proposto al consiglio comunale e respinto a maggioranza inerente alla correzione in aumento dei valori stimati per Villa Torano, Villa Rosa e Cava Marruni-Salirizzo , riferiti a perizie estimative già presenti agli atti del Comune.  Riguardo all’esclusione dai beni in vendita dei terreni di località “Li Destri”, i tre consiglieri di opposizione hanno evidenziato che “la volontà della maggioranza di rendere fruttifero il bene poteva essere effettuata anche con la permanenza del terreno nell’elenco”.

martedì 4 ottobre 2011

Il maestro dell'anamorfismo tridimensionale


Il maestro dell'anamorfismo tridimensionale 
Gildo Anthony Urlandini
Il giovane maestro di pittura Maurizio Cariati, sartanese doc, tra gli artisti calabresi più apprezzati a Milano e in Italia.
Partire da un paesino della Calabria per diventare un artista di fama in quel di Milano, è la storia del ventottenne Maurizio Cariati eclettico rappresentante dell'anamorfismo tridimensionale.
Il suo estro e la sua fantasia pittorica, hanno richiamato nella sua casa milanese una delegazione di manager, accompagnati da Peppino De Rose, esperto di politiche e programmi dell'Unione Europea.
Il giovane artista ha mostrato e descritto le sue ultime opere tra cui gli inediti che presenterà nelle prossime mostre. Ed ecco i volti disegnati, gli sguardi, le "smorfie somatiche" in tutta la sua totalità e tridimensionalità. Sono figure, più precisamente presenze materiche, quelle che Maurizio Cariati ha immaginato, immortalato e poi creato. L'artista mette in atto una sorta di gioco tra spettatore e opera in cui, grazie all'anamorfismo, chi osserva la tela viene coinvolto non solo visivamente, ma invitato ad avvicinarsi al lavoro per constatarne la tridimensionalità. Una tecnica di deformazione e dilatazione della materia, che ha radici lontane e antecedenti illustri come il Parmigianino.
Opere apparentemente ironiche, ma che in realtà nascondono le follie e le tante piccole o grandi monomanie che condizionano l'esistenza umana. Dopo gli studi presso l'istituto d'arte di Castrovillari, e l'Accademia di Belle Arti di Catanzaro, Maurizio Cariati, all'età di 22 anni, ancora studente, allestisce una bi-personale con l'artista Mario Loprete a Catanzaro. Nello stesso anno vince il Premio Celeste nella categoria studenti. Nel 2008 è presente nel Chiostrino Sant'Eufemia di Como. Nello stesso anno, allestisce la sua prima personale a Milano dal titolo "Ma che faccia da.!" presso la Galleria Glauco Cavaciuti. Nel 2010 presenta un ciclo di nuove opere su juta nera presso la Galleria GiaMaArt Studio di Vitulano (BN), accompagnato da un pezzo critico di Lorenzo Canova. Nel 2011 una bi-personale con l'artista Marco Grassi alla Loft Gallery a Corigliano Calabro (CS). Tra le rassegne a cui ha partecipato in spazi pubblici e privati, citiamo: Mare Nero", Barriera Albertina, Novara."Biennale di Benevento" al Museo d'Arte Contemporanea del Sannio; e al Premio Internazionale "Limen Arte" al Palazzo Comunale E.Gagliardi di Vibo Valentia. "Le Meduse", Fabbrica del Vapore, Milano. "Finestra sulla Pittura Italiana", al consolato Italiano di Londra. Successivamente ha esposto, tra gli altri, nel Palazzo della Permanente e nel Palazzo Mezzanotte a Milano, Castello Estense a Ferrara, nella Villa Subaglio a Merate, al Palazzo San Bernardino di Rossano, al Palazzo dei Cartelloni e al Museo Marino Marini a Firenze.

lunedì 3 ottobre 2011

Tra veglia e sonno


                             



Questo brano è stato sicuramente, insieme al più famoso "Speranze perdute", uno dei più suonati nelle innumerevoli serenate a Sartano o durante le feste di matrimonio; il nome quasi sempre storpiato dall'Italiano al dialetto Sartanese diventava "travagli a sol", con questo titolo io l'ho sempre conosciuto e suonato.
Son passati tanti anni ma al di la del titolo il ricordo e la musica evocativa e struggente rimangono vivi nella mente.
Ma la domanda delle domande è:
attraverso chi e per quali vie questo brano è arrivato a Sartano?

martedì 27 settembre 2011

A cuccìa





Chi bella cosa, chi fantasia,
quannu a Pedace se facia la cuccìa!
Tutta a famiglia s'avia d'impegnare
perché la tradizione s'avìa de rispettare!
Se scartavano li cuocci de granu
cu santa pazienza, uno ppe d'unu;
prima all'ammùollo per qualche ora
e pue se vullìanu intra a quarara,
su lu treppiedi supra lu fuocu,
appicciatu cu ligna de fagu.
A sparte, la carne, de crapa
e de puorcu, ma soprattutto,
l'osso du presutto!
Quannu lu granu diventava fracoma
se mintia la carne già cotta e bona,
si ci facìa nà riminiata,
e dintra i tinielli venìa conzata:
venianu misi pue intra lu furnu
e c'avìanu e restare na notte e nu jurnu,
ma tutta la notte tu l'avìa di guardare
ca li giuvinotti si li potìanu fricari!
Si mangiava pue, pe' tradizione,
ara festa da Maronna, cu' devozione.
Mò la Gente, chilla di adesso,
ara cuccia nun và tantu d'appriesso,
nun c'è tiempu, nun si vonnu impegnari
e cose accattate se vonnu mangiari!
Alli guagliuni mò piaci "l'hot dog"
cu supra misu nu pocu e "kechup"!
Quantu su fissa, u rau capitu
ca chilla rroba è sulu chiurito!
La cuccìa  'mbece è na carizza
chi cu  lu vinu, ti da' cuntentizza.
Vuoi un "hot dog"?  Arrassusia,
u VO MINTE CU LA CUCCIA!!!! 



            da "Ricordi in versetti"  Ed. Memoria
Antonio Petrassi

lunedì 22 agosto 2011

Il sito archeologico di Cozzo La Torre necessita di salvaguardia


TORANO CASTELLO
Lunedì 22 Agosto 2011 12:05 - di Gildo Anthony Urlandini
Quale tutela per il sito archeologico di Cozzo La Torre di Torano Castello? La domanda se la pongono in tanti, cittadini ed associazioni mentre le istituzioni  invece rilasciano dichiarazioni  di interventi che tardano ad arrivare.  Dichiarazioni di interventi che non sembrano essere efficaci. Infatti non si tratta tanto di intervenire con progetti di saggi e scavi, in quanto “Cozzo la Torre” in tal senso ha già ben detto molto di quanto c’era da dire, bensì con interventi di salvaguardia del sito. Interventi che devono riguardare la messa in sicurezza dello stesso consistenti in quanto prescritto dalle stesse istituzioni. E cioè, in primis, la coltivazione delle cave di inerti esistenti sul colle. Cosa mai avvenuta nonostante il comune abbia rilasciato le concessioni con tali prescrizioni di legge e nonostante la Soprintendenza archeologica abbia espressamente indicato il tipo di piante inerenti appunto la piantumazione del sito.Intanto non c’è anno che “Cozzo la Torre” non frani e non si dilavi. Basti pensare che durante le piogge invernali spesso la strada comunale per la frazione Peritano è interrotta anche per mesi, e i reperti archeologici vengono trasportati dalla lava fin dentro l’abitato di Torano Scalo.Questi sono gli interventi che i cittadini, le associazioni e gli addetti ai lavori chiedono. Non altro. Almeno per il momento. E fintanto che questo non avverrà il fatto viene interpretato dai molti come un comportamento irresponsabile e omissivo da parte delle istituzioni preposte. Salvaguardia e non scavi e saggi dunque per “Cozzo la Torre”.  Altrimenti si pone il solito quesito: “a chi giova una politica diversa dalla salvaguardia”?  Si vuole salvaguardare “Cozzo la Torre” o si vuole fare passerella con interventi (che comunque  non potranno mai avvenire senza la sua messa in sicurezza) pseudo-culturali?Il sito viene inoltre visitato continuamente da tombaroli e, pare che anche qualche camion e ruspa  estraggono ancora inerti, nonostante che le cave siano state dismesse anni fa.Il vincolo posto su Cozzo La Torre, è stato posto con l’intento di salvaguardare una parte di patrimonio storico del comune di Torano Castello e di salvare le vestigia dell’antica Dampetia.  L’area archeologica, vastissima, oggi è praticamente abbandonata, tant’è che il luogo è meta di tombaroli e malintenzionati che portano via reperti preziosi per ricostruire la storia della Calabria e l’identità di un popolo. Alcuni tentativi di porre rimedio e di iniziare una campagna di scavi e dei monitoraggi sul sito è stata intrapresa con l’imposizione del vincolo archeologico voluto dall’amministrazione comunale di allora. Il problema principale di Cozzo la Torre, quindi non sono gli scavi o l’apertura di un museo che tra l’altro già c’è,  ma è la tutela e la messa in sicurezza del sito, Su questo l’amministrazione e gli altri enti preposti dovrebbero puntare, rispettando e facendo rispettare le prescrizioni del vincolo archeologico e le prescrizioni  delle concessioni edilizie inerenti l’apertura delle cavi di inerte. Dimenticanze? Se così fosse sarebbero pericolose perché “potrebbero configurare il reato di omessa tutela”.

http://www.dirittodicronaca.it/index.php?option=com_content&view=article&id
=8501%3Ail-sito-archeologico-di-cozzo-la-torre-necessita-disalvaguardia&catid=46%3Acronaca&Itemid=73